Colate laviche in Valle del Bove: evoluzione dell’attività dell’Etna all’inizio del 2026.
a cura dell’ INGV Osservatorio Etneo
Nella giornata di Capodanno 2026 l’attività eruttiva sommitale che l’Etna ci aveva offerto sotto Natale si è evoluta regalando, come Epifania anticipata, anche lo spettacolo di colate di lava in Valle del Bove.
In generale, l’attività eruttiva esplosiva iniziata il 24 dicembre 2025 è stata prodotta dalla risalita di magma dal serbatoio magmatico intermedio del vulcano a quello superficiale (Figura 1). Questo fenomeno era stato già indicato dai valori registrati dalla geochimica dei gas vulcanici sin dal mese di novembre 2025, in particolar modo dalle variazioni del flusso di CO2 misurato al suolo e del flusso di SO2 nel plume (pennacchio) vulcanico. Contestualmente, dal 24 al 28 dicembre è stato osservato un incremento della sismicità da fratturazione superficiale che ha coinvolto principalmente un’area a circa un chilometro ad est dei Crateri Centrali.
Tra il 22 e il 26 dicembre è stato osservato un aumento del valore dell’accelerazione di gravità, compatibile con una ricarica del sistema di alimentazione del vulcano.
Il 30 dicembre (dalle 00:26 alle 16:33 UTC, cioè dalle 1.26 alle 17.33 ora locale), una sequenza di 13 terremoti di bassa energia (Magnitudo ML compresa tra 1.2 e 2.2) ha interessato il settore nord-occidentale della Valle del Bove (circa 1.5 km a Sud-Ovest di Mt. Simone), con ipocentri posti tra 1500 m sopra il livello del mare e circa 3000 m sotto il medesimo livello. Dal 31 dicembre si è registrata una sostanziale diminuzione della sismicità in questo settore del vulcano. Tuttavia, il 5 gennaio alle 13:50 è stato registrato il terremoto più energetico dell’intero periodo (ML=2.8), localizzato a circa 1.0 km a Sud-Est di Mt. Simone ad una profondità di circa 5 km sotto il livello del mare.

Nel pomeriggio del primo gennaio, al miglioramento delle condizioni meteorologiche, le telecamere di sorveglianza dell’INGV – Osservatorio Etneo hanno mostrato attività effusiva all’interno della Valle del Bove. L’integrazione di osservazioni di terreno svolte da personale dell’Osservatorio Etneo con immagini satellitari ha permesso di appurare che l’effusione lavica era riconducibile all’apertura di almeno due bocche eruttive poste poco più a monte di Mt. Simone, ad una quota stimata di circa 2100 e 2050 m s.l.m. (Figura 2).
Le bocche effusive erano caratterizzate da attività di spattering e stavano alimentando un campo lavico che si articolava in diversi flussi, con il fronte più avanzato che si attestava a sud di Rocca Musarra, alla quota di circa 1570 m s.l.m. (Figura 2). Nello stesso giorno, l’ampiezza media del tremore vulcanico, la cui sorgente era localizzata nell’area del Cratere di Nord-Est, proseguiva la fase di graduale decremento successiva agli incrementi registrati in concomitanza con l’attività eruttiva allo stesso cratere, e raggiungeva la fascia dei valori medi (Figura 3).

Tra il 2 gennaio e la mattina del 6, il tasso di alimentazione alle bocche effusive, stimato da dati satellitari intorno a 6 m3/s, ha permesso l’estensione longitudinale del campo lavico che ha raggiunto la lunghezza massima di 3.14 km. Si sono sviluppati flussi lavici che via via si sono sovrapposti o affiancati a quelli precedenti, i cui fronti hanno superato Rocca Musarra per poi rallentare e fermarsi a quota 1380-1360 m s.l.m., nei pressi del rilievo di Rocca Capra.
Il 3 gennaio, le immagini registrate da drone hanno mostrato che il campo lavico aveva anche iniziato ad allargarsi più a monte di Rocca Musarra, tra quota 1800 e 1700 m s.l.m., dove erano attivi diversi canali lavici che prendevano vita dal flusso lavico principale (Figura 2).
Dal 2 gennaio inoltre, il trend di decremento del tremore vulcanico osservato nei giorni precedenti ha subito una inversione di tendenza; tuttavia l’ampiezza del tremore è rimasta tra la fascia dei valori medi e quella dei valori alti fino alle prime ore di giorno 4, quando in maniera alquanto repentina ha subito un decremento portandosi su valori bassi. Per quanto riguarda la localizzazione del tremore vulcanico, in questo intervallo temporale, oltre alla sorgente nell’area del Cratere di Nord-Est, sono state attive sorgenti nell’area del Cratere Voragine e in un’area ad Est di questo. Successivamente e fino al giorno 8 gennaio, il tremore vulcanico, in un contesto di graduale incremento, ha mostrato delle oscillazioni dell’ampiezza media piuttosto ampie e repentine e caratterizzate da una durata variabile (Figura 3).

Dal 6 gennaio sera, il personale dell’Osservatorio Etneo ha osservato che la porzione del campo lavico compresa tra Rocca Musarra e Rocca Capra non era più alimentata ed i fronti lavici erano fermi e in raffreddamento, come a testimoniare il decremento del tasso effusivo dalle bocche di quota 2100 m e l’inizio della fase regressiva del campo lavico.
Per quanto riguarda gli altri parametri registrati dalle reti di monitoraggio dell’INGV Osservatorio Etneo, durante la fase effusiva, l’analisi delle deformazioni del suolo registrate attraverso strumenti in foro (dilatometri e tiltmetri di precisione) ha mostrato un andamento oscillante, indice di una forte variabilità, simile all’andamento dell’ampiezza del tremore vulcanico. La figura 4 riporta, in particolare, i dati della stazione dilatometrica di Mt. Ruvolo (DRUV), che rileva la componente volumetrica della deformazione. La serie temporale mostra una fase generale di decompressione legata alla fuoriuscita di magma, interrotta da diverse fasi compressive di breve durata.

A partire dall’8 gennaio, le oscillazioni dell’ampiezza del tremore indicano una nuova fase di graduale decremento. Il 9 gennaio, dalle immagini delle telecamere di sorveglianza e da immagini registrate durante un sopralluogo con droni dal personale dell’Osservatorio Etneo, il campo lavico era circoscritto alla zona prossimale alle bocche effusive, nei pressi di Mt. Simone, con i fronti attivi che non scendevano al di sotto dei 1900 m s.l.m. (Figura 5).

Ad oggi, l’ampiezza del tremore vulcanico si mantiene su valori bassi.
