Prodigi – parte quarta

Racconto di Mario Mattia

Disegni di Catherine Lemercier

Continua da parte terza


Caro Annibale,

spero che questa mia ti trovi in buona salute. Ho letto con interesse le tue bellissime lettere e i tuoi interessanti rapporti. Credo proprio che appena tornerai sarai al centro delle attenzioni dei migliori salotti catanesi!

Innanzitutto, voglio che tu sappia che quanto hai scritto non è stato divulgato, eccezion fatta per l’amico Luigi Capuana. Conosci bene Luigi! Appena ha fiutato odor di sovrannaturale, si è messo a caccia, neanche fosse uno di quei cirnechi etnei che fan la gioia dei loro padroni nelle belle domeniche autunnali. E non posso negare che anche io, vittima in passato di qualche ardore per certa letteratura fantastica (il mio «Storie del Castello di Trezza» sta lì a ricordarmelo), sono curioso di sentire dalla tua viva voce altri dettagli su questa misteriosa ragazza.

Il nostro Luigi, invece, dopo due giorni passati a capo chino su testi che ha trovato nella sua o in altrui biblioteche, mi ha fatto un resoconto che, di seguito, ti sottopongo, colla speranza che possa esserti di aiuto nella comprensione di quanto sta accadendo a Pantelleria.

Le informazioni sono tratte da alcune testimonianze sui processi intentati dalla Santa Inquisizione a cavallo tra il millecinquecento e la fine del millesettecento. Anni bui nei quali lo Steri di Palermo è stato luogo di indicibili torture e morti atroci per ragioni che, oggi, ci fanno rabbrividire. A molte donne, accusate di stregoneria, furono estorte confessioni sulle loro attività magiche o presunte tali. Spesso, infatti, si trattava di donne sole, indifese e costrette a fare mestieri di poco conto o di donne dedite all’erboristeria e pratiche mediche antiche, confuse con la magia. Esisteva tutta una vasta casistica di codeste donne-maghe (o majare o, più comunemente, mavare), ma l’élite era rappresentata da quelle che venivano chiamate «donne di fora». Si trattava di esseri capaci di esercitare sia la magia bianca che quella nera (cioè invocare il diavolo), solitamente belle ed attraenti, capaci di leggere nella mente e di evocare, attraverso opportune formule, il ritorno o l’allontanamento delle persone. Secondo Luigi ti sei imbattuto in una di loro per due ragioni: la prima è che queste donne sono rinomate per la loro capacità di trovare tesori e oggetti sepolti (la truvatura) e la seconda è quella strana nenia che hai riportato. Ebbene, quella sembra essere un sortilegio usato da queste donne per far tornare persone care o amate. Si tratta di una nenia molto antica e la tua amica l’ha certamente imparata dalla sua maestra in arte magica! Questo è tutto quello che mi ha detto Luigi e spero che possa aiutarti a trovare la ragazza. Ah, dimenticavo, pare che l’unico modo per verificare che si tratti di una vera «donna di fora» sia quella di farla spogliare. Si dice che abbiano una lunga coda o zampe di animale. Ma questo, conoscendo la tua serietà e il devoto amore che nutri per tua moglie, direi che è un evento impossibile!

A presto,

Giovanni

Riccò deglutì e ripiegò la lettera che aveva letto seduto su una banchina di pietra nei pressi del porto, incurante del vento che si era levato e con addosso gli occhi dell’impiegato e del fratello di Maria, impazienti di ricevere indicazioni su dove trovare la ragazza. Per un attimo si girò verso il mare. Anche il postino lo guardava incuriosito, contento dell’interesse che la missiva arrivata col postale del mattino, aveva suscitato nello scienziato.

«Il delegato di polizia è un cretino – disse l’impiegato passandosi tra le dita una sigaretta – non verrà mai a cercare Maria. Lui e tutti i baciapile di Pantelleria la odiano.»

Riccò si irrigidì.

«In che senso odiano Maria?»

«Fin da quando è arrivata. Gente come il parroco di Khamma dice che è una devota del diavolo e che una come lei va tenuta lontana da qui.»

«Forse dovremmo andare a trovare questo prete» disse lo scienziato.

«Mah…è solo un chiacchierone. Non lo faccio capace di far male a una mosca!»

«Andiamoci lo stesso. Non si sa mai… » ribadì il fratello di Maria.

Con un colpo di reni Riccò si staccò dal muro dove si era appoggiato pensieroso e, senza dire una parola, salì sul mulo e si avviò sulla strada che portava verso Khamma. Durante il tragitto guardò l’orologio a cipolla, che teneva nelle ampie tasche dei suoi pantaloni. L’ora dell’ispezione al sito dell’eruzione era ancora lontana.

Quando arrivarono nella piccola piazzetta di Khamma videro alcune donne col capo coperto che si apprestavano ad entrare in una chiesetta bianca dall’aspetto curato. E quando il gruppetto di uomini entrò a sua volta, le donne che stavano intorno ad un prete piuttosto alto e col viso rubizzo, si voltarono spaventate. Il prete si avvicinò con passo deciso.

«Posso aiutarvi?» disse.

«Padre, ci scusi se disturbiamo il rosario, ma volevamo chiederle se avesse notizie di Maria, la ragazza che lavora dal signor Errera.»

L’uomo sbarrò gli occhi in modo ridicolo.

«A me lo chiedete? Quella… quella… quella poco di buono! Cosa volete che ne sappia?»

«Padre, in paese c’è gente che dice che qualcuno può averle fatto del male» disse a bassa voce l’impiegato.

Il prete diventò rosso come un peperone.

«Ma…come si permette! Un impiegato del comune! Me lo dovevo immaginare… lei non viene mai in chiesa!» urlò, facendo girare di nuovo le donne sedute sui primi banchi della chiesetta.

«Ma non dico che è stato lei, padre. Lei è un sant’uomo. Ma di sicuro non è mai stato tenero con Maria! Vogliamo solo sapere se sa di qualcuno che…come dire…ha pensato cose strane su di lei!»

Il sacerdote sbuffò e si guardò intorno. Poi allargò le braccia e accompagnò fuori i tre uomini.

Sul sagrato si fermò e si voltò a destra e sinistra.

«Tutti lo sanno che quella donna è una devota di Satana. E lei professore non mi guardi così. Lo so chi è lei. Uno scienziato. Ma qui parliamo di una che è stata vista invocare il diavolo in piena notte, una che… seduce gli uomini con le armi del suo corpo, una che cura con incantesimi di magia nera. Se non ci credete non posso farci nulla» disse tutto d’un fiato, con le vene del collo gonfie.

«Detto questo, però, io… come dire… ci sono persone deboli di mente… non ci dormo da due giorni… ecco… che pensano che una come lei possa avere scatenato questo putiferio di eruzioni, terremoti e sollevamenti del terreno… ecco… l’ho detto… lo sapete che aveva pure trovato due cadaveri di misteriose donne? Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso!»

«Quale vaso?» disse Riccò.

«Eh… il vaso della follia della gente. Che crede che avere violato le sepolture di quelle donne abbia potuto risvegliare il vulcano!»

L’impiegato si battè la mano sulla fronte.

Riccò si mise le braccia sui fianchi e scosse la testa, incredulo.

«Padre, chi è questa gente?» disse.

Il prete sbuffò.

«Quelli della confraternita di San Giovanni.»

«Chi? Mai sentiti!» disse l’impiegato

«Lo so… è una confraternita… diciamo… di persone che non amano che si sappia di loro.»

«Padre, non abbiamo tempo. Dove troviamo i membri di questa confraternita?»

«Volete la verità? Non lo so neanche io chi sono. L’altro giorno a un parrocchiano…una testa calda… è scappato… ”a quella lì ora ci penseranno quelli della confraternita e magari la portano a fare un giro al vecchio mulino” … e io… va beh! Lasciamo perdere! Ora vedete di trovare quella donna e di farle confessare davanti a Dio le sue malefatte!»

Il fratello di Maria si precipitò verso il suo cavallo. Riccò lo fermò prendendolo per un braccio.

«Cosa volete fare?»

«E me lo chiede? Vado a cercare questo mulino.»

«No…è troppo pericoloso. Lasci fare a me. Vado al porto a chiedere al comandante del «Bausan» di darci uomini armati per fare irruzione.»

«Ma che dice? Potrebbe essere troppo tardi»

«Senta! Lei vuole che a sua sorella non succeda niente, vero? Se facciamo un errore, potrebbe costarle la vita. Lo sa vero?» Riccò teneva l’uomo da un braccio e lo fissava negli occhi.

L’uomo si scrollò dalla stretta di Riccò e sbuffò.

«E va bene…»

«Ottimo. Adesso andremo al porto tutti insieme!»

Salirono sulle loro cavalcature e corsero verso il porto, tra massaie che portavano «trusce» di bucato sulla testa e contadini curvi su cesti di verdure appena raccolte.

Arrivati al porto, Riccò ottenne il permesso di far salire anche i due uomini sulla nave e poi si ritirò in disparte a parlare col comandante.

Dopo qualche breve scambio di battute, i due scesero sottocoperta e, subito dopo, due marinai si sedettero accanto all’impiegato ed al fratello di Maria.

Dopo una decina di minuti, questi provò ad alzarsi e a scendere dalla nave, ma uno dei due marinai lo prese dalle spalle e gli fece cenno, con decisione, di tornare a sedersi. Questo copione si ripeté almeno tre volte nelle successive due ore, finché l’uomo non sbottò.

«Ma insomma! Dov’è andato Riccò? Non siamo prigionieri!»

Il marinaio restò in silenzio e fece cenno con la mano di calmarsi. Poi gli indicò, alle sue spalle, un trafelato professore Riccò che correva verso di loro.

«È stato più complicato di quello che credevo… abbiamo dovuto concordare l’operazione col delegato di polizia che finalmente ci ha autorizzato. Il comandante De Libero ci mette a disposizione dieci marinai armati ed egli stesso verrà con noi!»

«Muoviamoci! Prima che qualcuno si faccia male!» urlò il fratello, paonazzo in viso, correndo verso la scaletta che portava alla banchina.

Mentre l’impiegato si guardava intorno senza capire molto di quello che stava succedendo, i dieci marinai corsero sulla banchina e salirono su due carri, fermi nei pressi del castello medievale.

Riccò si mise al centro del terzetto, tra l’impiegato ed il fratello di Maria, rosso di rabbia in viso. Il comandante, sul suo cavallo, restò indietro. Poi, si rivolse all’omino in divisa e gli disse:

«Ecco, adesso ci porti in questo famoso mulino!»

L’uomo indicò una costruzione visibile dal porto, dalla forma squadrata e con una specie di torre al centro.

«Lo raggiungiamo in pochi minuti» disse mentre spronava il mulo, seguito dai carri e dai suoi compagni.

Appena fuori dall’abitato di Pantelleria, la sagoma del mulino a vento fu visibile a tutti. Era in stato di abbandono, le grandi pale non c’erano più e tutto intorno le erbacce e i cespugli avevano invaso il terreno. Il primo a correre verso l’ingresso fu il fratello di Maria che si precipitò a cercare di sfondare, senza successo, il grande portone.

«Proviamo da una delle finestrelle!» urlò l’impiegato, ed effettivamente la finestrella sulla destra del portone appariva semiaperta. Un marinaio salì sulle spalle di un compagno, si infilò nell’angusta apertura e dopo pochi secondi andò a togliere dall’interno la pesante sbarra di ferro che impediva l’apertura del portone. Subito Riccò, seguito da tutti gli altri, si precipitò all’interno della costruzione, urlando ad alta voce il nome della ragazza. Nessuno rispose e un marinaio portò dentro un lume per far luce nel buio opprimente del mulino. In fretta superarono gli scalini di ingresso e si trovarono davanti l’imponente macina di pietra rotonda sormontata da una gigantesca ruota di legno che serviva a trasmettere il moto delle pale esterne. L’odore di chiuso, di frumento marcio e di escrementi di topo era insopportabile e la scarsa luce delle lanterne dei marinai illuminava appena la gigantesca mole degli ingranaggi, alcuni dei quali apparivano spezzati. Tutti gli uomini si precipitarono a cercare in ogni angolo, alcuni si affrettarono verso il piano di sopra, ma fu dopo qualche minuto che l’impiegato urlò.

Si avvicinarono tutti in fretta e videro che da una trave di legno posta sopra la macina pendeva una corda. Sporca di qualcosa di rosso.

«Sangue» disse Riccò con voce cupa.

C’era una carrucola e la corda sembrava imbrattata quasi in tutta la sua lunghezza. E subito un marinaio con la lanterna indicò una pozza di sangue sulla macina e un’altra per terra.

«Maledetti bifolchi!» urlò il fratello di Maria.

«Si tratta di una vecchia tortura praticata dall’inquisizione, soprattutto alle streghe. La donna veniva appesa dai polsi, con le braccia dietro la schiena e il boia la teneva sospesa finché non confessava o finché non si spezzavano le ossa delle spalle. Ma qui sembrano essere andati oltre… forse l’hanno anche frustata o… che diavolo ne so!»

Lo scienziato sembrava furente. I marinai lo guardavano impalliditi. Il comandante De Libero si mise le mani ai capelli e riuscii a dire solo una lunghissima serie di «Dio mio!»

Il fratello aveva cominciato a prendere a calci alcune ceste che si spezzarono, spandendo in giro pezzetti di pula.

Il silenzio scese tra quegli uomini che si guardavano tra loro, incapaci di proferire parola, finché una voce dal marcato accento settentrionale urlò «Comandante, la venga qui!». Era uno dei marinai che stava ispezionando l’esterno del mulino.

Gli uomini si accalcarono verso il portone e, urtandosi tra loro, raggiunsero la zona da dove l’uomo continuava a chiamare il suo superiore a gran voce. Era uno spiazzo di pietra lavica, privo di vegetazione.

Il marinaio indicava una massa di carbone ai suoi piedi. I resti di un fuoco.

«Beh…hanno fatto un fuoco. Che c’è di strano?» disse De Libero.

«Guardi ben qui!» rispose l’uomo

Con la punta del fucile aveva scavato tra i pezzetti di carbone e un mucchietto di ossa imbiancate, spezzate in più parti, apparì. E tra essi era chiara la presenza di una mandibola e altre ossa craniche, insieme ad alcune ossa lunghe. Umane.

Tutti gli uomini si misero le mani ai capelli.

Il fratello di Maria urlò qualcosa di incomprensibile in dialetto stretto. Sembravano maledizioni e bestemmie.

Poi, cominciò a correre verso il suo mulo.

De Libero guardò lo scienziato, attendendo un cenno per capire se i marinai avessero dovuto fermarlo, ma Riccò fece segno di no con la testa.

«Non tocchiamo nulla, dobbiamo chiamare il delegato di polizia» disse l’impiegato.

Per il successivo quarto d’ora gli uomini si dedicarono a cercare di rimettere a posto ciò che avevano volontariamente o involontariamente spostato dentro e fuori dal mulino.

Riccò, intanto, si era seduto su un grosso masso, pensieroso.

Quando si avvicinò il comandante De Libero, si drizzò e lo guardò negli occhi.

«Comandante, andiamo a fare questo sopralluogo nella zona dell’eruzione. Domani mattina voglio prendere la prima nave che parte da qui e andarmene.»

Un cielo biancastro e velato da nuvole sfrangiate dal vento di ponente accompagnò un surreale giro di ispezione della «Bausan». A bordo, la notizia di ciò che era stato trovato nel mulino si era diffusa in fretta e nessuno disturbò Riccò mentre, in piedi a prua, scrutava con attenzione ogni minima increspatura del mare.

Il Comandante si teneva a distanza e seguì in silenzio il lavoro di Riccò, finché non disse che si poteva anche tornare indietro.

«E’ tutto finito» sussurrò.

Appena sbarcato, lo scienziato salutò con un sorriso forzato e una vigorosa stretta di mano il comandante e gli ufficiali. Passò dal telegrafo, dove inviò al prof. Tacchini ed al Rettore un breve telegramma: «Eruzione finita. Rientro a Catania.» L’impiegato, che lo aspettava col cappello in mano, lo volle abbracciare. Lo studente D’Ancona, che lo aspettava nei pressi del castello, gli sussurrò qualcosa all’orecchio.

Lui assentì e lo abbracciò.

Poi, si diresse verso casa Errera, dove trovò la moglie del suo ospite e l’anziana cameriera in lacrime.

La notizia era arrivata fin lì.

Rispose a monosillabi alle domande di Errera, che capì che era meglio lasciarlo tornare al suo dammuso, dove si recò senza nemmeno fermarsi a mangiare.

Appena arrivato. Si buttò sul letto e restò immobile a lungo.

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Qual è il mistero che Maria custodiva così bene? Chi sono questi misteriosi appartenenti alla confraternita? E il fratello di Maria? Tutte queste domande avranno una risposta nella prossima (e ultima) puntata…