Quando la scienza è accessibile: ricerca e monitoraggio vulcanico presso l’INGV Osservatorio Etneo
di Martina Allegra, Giuseppe C. Altana, Massimiliano Barone, Flavio Cannavò, Massimo Cantarero, Luigi Carleo, Simona Caruso, Maria Catania, Danilo Cavallaro, Francesco Ciancitto, Miriana Corsaro, Rosanna Corsaro, Salvo D’amico, Emanuela De Beni, Maddalena Dozzo, Marco Firetto Carlino, Adriana Iozzia, Alessandro La Spina, Arianna Malaguti, Vittorio Minio, Matteo Pagano, Francesco Pandolfo, Alessio Patanè, Cristina Proietti, Danilo Reitano, Mariangela Sciotto, Andrea Ursino, Francesco Zuccarello, Barbara Aldighieri e Claudia Cattadori
A giugno 2026 l’INGV Osservatorio Etneo ha coordinato un’iniziativa divulgativa promossa dall’Associazione Italiana Geologia e Turismo APS e dal CNR Istituto di Geoscienze e Georisorse , in collaborazione con l’Associazione Disabili Visivi APS-ETS. L’obiettivo era offrire a un gruppo di persone con disabilità visiva un’esperienza diretta del vulcano, attraverso percorsi sensoriali appositamente creati per soddisfare le loro esigenze, ma al tempo stesso mantenendo contenuti scientifici rigorosi. Per tre giorni (dal 12 al 14 giugno) la geologia, disciplina tradizionalmente fondata sull’osservazione, è diventata qualcosa di più: un universo da sentire, o meglio, da percepire con tutti i sensi.
La prima giornata dell’iniziativa ci ha condotti ad Aci Trezza e Aci Castello, sulla costa catanese. Qui abbiamo potuto ammirare straordinari esempi di basalti colonnari nati dalla rapida contrazione termica del magma, e le celebri pillow lava (lave “a cuscino”), strutture tipiche delle eruzioni sottomarine (Figura 1).

Dopo un tuffo rinfrescante tra gli scogli di Aci Castello ci siamo trasferiti nella sede dell’INGV di Catania, che, per un pomeriggio, si è trasformata in un centro multisensoriale. Attraverso l’esplorazione tattile e utilizzando modelli 3D appositamente realizzati (Figura 2), i partecipanti hanno potuto scoprire l’evoluzione dei crateri sommitali dell’Etna degli ultimi 150 anni e comprendere il significato dei segnali sismici che arrivano in Sala Operativa.

Grazie ai suoni registrati dagli idrofoni del progetto EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory), i partecipanti hanno imparato a distinguere il rumore generato da un terremoto da quello di un fulmine, il canto dei delfini da quello delle balene, il fratturarsi del ghiaccio antartico dal passaggio delle navi. Il segnale infrasonico che accompagna le esplosioni vulcaniche è stato opportunamente accelerato e reso udibile e fatto ascoltare ai nostri ospiti.
La collezione di rocce presente nelle teche dell’Istituto ha permesso di far apprezzare la differenza tra i prodotti dell’attività esplosiva e quelli delle colate laviche.
Il laboratorio sugli odori, non a caso l’ultimo della giornata, ha aggiunto un’altra dimensione fondamentale all’esperienza dell’ambiente vulcanico. Sulla terrazza dell’Osservatorio Etneo abbiamo esplorato, attraverso apposite sacche olfattive contenenti campioni a concentrazione controllata, gli odori caratteristici dell’idrogeno solforato e del biossido di zolfo: un’anticipazione di ciò che avremmo poi percepito direttamente sul campo.
Quello che il giorno prima avevamo toccato e ascoltato si è trasformato in esperienza concreta durante l’incontro diretto con il vulcano attivo. L’ascesa all’area sommitale con la telecabina della Funivia dell’Etna e successivamente con il loro servizio di mezzi 4×4, ci hanno condotti fino a quota 3.000 metri, sul fianco meridionale del vulcano (Figura 3). Qui l’aria si fa più sottile, il vento più forte, l’odore di zolfo più intenso. I lapilli scricchiolano sotto i piedi mentre saliamo lentamente in fila indiana. Una fila che avanza con passo regolare, fatta di persone che si affidano l’una all’altra, sostenendosi attraverso il contatto con le spalle dell’accompagnatore.

Seguiamo esattamente il tracciato che il giorno prima avevamo esplorato sul modello 3D; ora, però, tutto è reale e acquista una dimensione più ampia. La visibilità è incredibile, il sole scalda le schiene, Sicilia e Calabria si mostrano nitidamente, e questa visione viene trasmessa attraverso le parole (Figura 4). L’Etna, in questo modo, smette di essere soltanto un’immagine spettacolare e diventa un sistema vivo, complesso, “leggibile” anche in modo multisensoriale. Facciamo tutti parte dello stesso mondo, e ciò che sente una persona diventa esperienza condivisa.

Scendiamo insieme da quota 3000 a 1900 metri (Figura 5); ci affidiamo l’uno all’altro in questa condivisione di sensazioni.
Ecco ciò che scrive Claudia nel suo diario: “La discesa è stata semplicemente fantastica! Le nostre guide dell’INGV ci hanno accompagnato benissimo. Alcuni pezzi erano un po’ ripidi e sembrava davvero di sciare sulla neve! I lapilli, così piccoli, finivano ovunque: pezzettini microscopici perfino in bocca e nelle orecchie. … Fortissimi gli odori dello zolfo e degli altri gas che spesso ci fanno tossire quando ci avviciniamo ai due crateri visitati. Con Ciccio, una delle guide, mi sono fiondata giù a tutta birra, tipo discesa libera a Kitzbühel. Fantastico!”
Quest’esperienza ha coinvolto anche noi ricercatori: proviamo a percorrere un tratto del sentiero a occhi chiusi per condividere le sensazioni. E’ stato allora che abbiamo capito: si cammina con i piedi, non con gli occhi. Il vulcano sembra più potente, permea ogni cosa; la sua forza passa dai piedi e sale fino al cervello. È una sensazione di condivisione mai provata prima. Arriviamo all’autobus con le gambe stanche e i sorrisi aperti: ci abbracciamo, ci baciamo, siamo felici.

Il terzo e ultimo giorno di questa fantastica esperienza è stato dedicato all’acqua. Le Gole dell’Alcantara (Figura 6) offrono una lezione potente: qui l’acqua e la lava hanno costruito, in tempi e modi diversi, un paesaggio in cui le forme geologiche si leggono attraverso il contrasto tra le pareti verticali della gola, il suono dello scorrere del fiume e la fredda temperatura dell’acqua. Le gambe stanche trovano refrigerio nell’acqua gelida, che da migliaia di anni incide e leviga le pareti di basalto colonnare.

Esperienze come queste ci fanno comprendere che la scienza deve essere accessibile non come una gentile concessione, ma per responsabilità culturale. Un vulcano attivo come l’Etna appartiene a tutti: a chi lo studia, a chi lo abita, a chi lo attraversa, a chi lo teme, a chi lo visita e a chi vuole conoscerlo in modo profondo, ma soprattutto a chi lo ama. L’inclusione, in questo senso, non è un’aggiunta al progetto scientifico: è parte del progetto stesso. Ci obbliga a essere più chiari, più rigorosi, più creativi. Ci ricorda che è comunicare la Terra e far comprendere agli altri i processi geologici che la rendono viva, significa costruire ponti tra linguaggi diversi: il linguaggio dei dati, quello delle rocce, quello del corpo, quello dei suoni e degli odori e quello dell’esperienza.
È proprio così che la scienza incontra l’accessibilità: non nel rendere più semplice il mondo, ma nel renderlo più condiviso.
Un ringraziamento particolare va alla Funivia dell’Etna, che ha permesso la salita del gruppo a titolo gratuito. Non è stato un semplice supporto logistico, ma un contributo concreto all’accessibilità: ha reso possibile per tutte e tutti l’esperienza in quota, superando una barriera che, in ambiente montano e vulcanico, può diventare decisiva.
Scopri di più da INGVvulcani
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
